Non è proprio una ff, è più che altro una descrizione di un momento di vita, che con Saiyuki a ha che fare solo perchè il protagonista e il suo passato appartengono a Kazuya... Non la leggerà nessuno, ma mi dispiaceva lasciare la sezione ff con solo dei ..... XD
Fill my empty with something
Scostava la folla in modo brusco, mentre camminava inviperito, in mezzo a loro. Un profondo senso di nausea lo raggiunse, quando respirò: l'aria quella mattina era pesante, irrespirabile. La nebbia era scesa sulla città, e come una sottile ragnatela imprigionava ogni cosa. Su in alto il cielo era di un bianco sporco, con nuvole immobili, che conferivano a quel posto già lugubre, una tonalità bianco e nero. L'umidità formava piccole goccioline di condensa sulle scialbe vetrine, creando quando infine si lasciavano cadere, striature d'acqua fra polvere e sporcizia. Ogni singola anima cercava disperatamente di compiere il minor numero possibile di movimenti, le loro espressioni tese, sofferenti, desiderose solo di un po' di tregua.
Lui non era certo da meno mentre tentava di raggiungere il suo appartamento, in mezzo ad una marea di gente che sembrava impuntarsi nell'andare nella direzione opposta alla sua, contrastandolo con studiato sadismo.
Naturalmente sapeva che sbattere a terra tutte le persone che osavano sfiorarlo non migliorava la situazione, tuttavia il prendersela con il mondo aveva un che di confortante, benchè di certo non migliorasse il suo umore perennemente pessimo.
Con un ultimo spintone sgusciò in un vicoletto poco frequentato, non più angusto di quella sporca cittadina, solo un po' più buio, un poì più freddo, e per questo lasciato a macire.
Con le mani infreddolite nelle tasche dei jeans, stringendosi nel cappotto, rallentò un poco, ascoltando l'eco dei suoi passi. Osservò cupamente i muri anneriti e luridi, ignorando il fragore di un cassonetto dell'immondizia probabilmente rovesciato da un cane. Non c'era anima viva... Ben presto giunse all'uscita del vicolo, ritrovandosi in quello che avrebbe voluto essere un parco, ma nelle aiuole disseminate a caso in un mare d'asfalto c'era solo terra secca e qualche arbusto. Non c'era nemmeno un fiore. Nessun colore che catturasse lo sguardo. Nemmeno una persona accanto a lui. Tutto era morto, avvizzito...Si scosse sentendosi ancora più in collera; colpì con un calcio una lattina mezza vuota. Il contenuto si sparse sul terreno, creando una macchia bruno-rossastra. Il biondino allargò di poco gli occhi, senza mutare espressione. Come un potente veleno, dilagò dentro di lui ad ogni battito del suo cuore, sempre di più, sempre più in profondità un ricordo, implacabile, ritornando vivido nella sua mente:
Non esisteva nient'altro che sangue? L'unico pensiero che riuscì a formulare quella notte, in quell'istante in cui tutto si era tinto di rosso, quando il suo unico appiglio, la sua unica luce si era spenta per sempre, confinandolo in un mare di tenebre. Come poteva essere così? Com'era possibile che tutto finisse semplicemente in quel modo? Ma c'era sangue sulle sue mani, sangue schizzato sul suo volto, sangue... C'era sangue sul corpo del suo maestro, di suo Padre; del sangue versato per lui.
Era rimasto fermo, incapace di qualsiasi cosa, se non di fissare quel rosso, che lo circondava, aspettando come un idiota un miracolo un.. Qualcosa!! ... Ma sapeva già allora che Dio non aiuta nessuno. Avrebbe potuto urlare, bestemmiare, pregare persino, o più semplicemente chiedere: "Perché?". Invece, in veste di moccioso qual' era, rimase immobile; sperando solo di non accorgersi del braccio del suo tutore, staccato dal corpo, che giaceva poco lontano. Solo qualche lacrima, solo qualche parola cofusa, che lo avrebbero accompagnato per il resto della sua vita: "Non ho potuto proteggerlo".
Da quel momento più nulla. Non un sorriso, non un attimo di pace. Solo, per sempre. Una condanna marchiata a fuoco sulla sua fronte, come un chakra, entrambi impressi dalla stessa persona.
" 'Koryu della corrente del fume' o meglio, 'Koryu che non può opporsi alla corrente' " sussurrò queste parole fra sè, con una smorfia, forse cercando di convincersene: Lui non poteva impedire nulla. "Koryu..."ripetè. Un nome che nessuno avrebbe mai più pronunciato. Chiuse gli occhi per un lungo istante, cercando di cacciare quei pensieri. Estrasse dalla tasca una sigaretta, l'accese. Lasciò che il fumo gli fluisse in gola, nel cervello, annebbiando ogni cosa. D'improvviso tossì, lasciandola cadere a terra: perfetto adesso non era neppure in grado di fumare, un altro po' e sarebbe finito in un tempio a predicare sermoni. La cosa era strana solo perché in effetti, avrebbe dovuto farla.
Sbuffò ricominciando a camminare. Dove doveva andare? Ah, giusto, a casa. Anche se per lui non era altro che un luogo dove passare la notte. Non c'era null'altro per il quale desiderasse tornare. A ben guardare, lui non aveva un posto in cui fare ritorno... "Koryu chi avrà deciso che gli uccelli sono liberi...? Volano liberi nel cielo, e anche senza una terra da raggiungere sanno trovare il modo di riposare le ali; però, forse non è importante avere la ali, infatti ciò che rende libera ogni creatura è avere un luogo a cui fare ritorno, non credi?". Eh, no. Adesso basta! Troppi ricordi per i suoi gusti.
Entrò senza tanti complimenti in un bar semi vuoto. Era presto dopotutto, all'incirca le 7:30. Con voce sprezzante si rivolse al barista, intimandogli di dargli immediatamente tre, anzi quattro bottiglie di sakè e di sbrigarsi, perché aveva fretta. L'uomo ancora mezzo intontito non fece domande, cosa che gli salvò la vita, e si accinse ad eseguire l'ordine. In realtà non aveva fretta, ma non gli importava; aveva intenzione di ubriacarsi, e allora? Nessuno glielo avrebbe impedito. Pagò e senza aggiungere altro andò verso l'uscita. Alzò gli occhi un attimo di troppo, e vide qualcosa che avrebbe preferito evitare. Due iridi azzurre, s'incontrarono con lui. Uno spicchio di cielo sereno in mezzo all'oscurità. Eppure, anche lì c'era una malinconia, un dolore antico quanto perenne; un grido taciuto imprigionato in due occhi svuotati.
In quello sguardo lui vide sè stesso, e forse la sottile speranza di non essere solo, in fondo. Chissà se in quel breve momento anche lei, specchiandosi in quelle ametiste, sperò nella possibilità di una rinascita.
Chissà se anche per loro, anime dannate, poteva esserci di nuovo la luce? Bastava un gesto, una parola, per dare un'altra possibilità alla loro vita.
A quegli occhi, a quei bellissimi occhi, però, non si poteva chiedere tanto. Erano soffocati dal buio da troppo, troppo tempo. Non potevano più vedere la luce, senza diventare cechi...
Forse tutto questo non c'entrava. Forse la realtà era che entrambi ebbero paura, tanta paura di poter tornare ad avere qualcosa da proteggere. Pochi istanti, il tempo di uno sguardo, mentre due corpi in direzioni diverse si sfioravano, e si separavano. Lui per la sua strada, lei per la sua, entrambi consapevoli di non avere una meta.
Non si rividero, mai.
"Sei libero di morire. E' una buona via di fuga. Nel caso tu morissi, le cose rimarrebbero immutate. Se invece decidessi di vivere, qualcosa potrebbe cambiare.". Genjo Sanzo Hoshi
Yami
Scrivimi da un altro amore:
le tue parole
sembreranno nella sera
come l'ultimo bacio
dalla tua bocca leggera.______